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Beato Angelico

Guido di Pietro (Vicchio, Firenze. 1395 ca - Roma 1455)


  Frate domenicano, tra il 1450 e il 1452 fu nominato priore del convento di San Domenico a Fiesole. Si dice addirittura che papa Niccolò V volesse nominarlo arcivescovo di Firenze.

Per comprendere la sua pittura bisogna conoscere lo sfondo religioso ed etico. Lo stesso nome "Beato Angelico" si riferisce alla sua casta pittura e alla sua pia condotta di vita.

 Per quanto riguarda il suo stile non tagliò subito i legami con il gotico di Lorenzo Monaco e di Gentile da Fabriano e con il rinascimento moderato di Lorenzo Ghiberti.
Mantenne vivo il contatto con l'iconografia religiosa del Trecento al fine di assicurare una comprensione immediata dei temi.
Rinnovò la tradizionale iconografia della pala d'altare applicando lo studio della prospettiva. Si può notare già da subito un interesse per le opere di Masaccio; il "Tabernacolo dei linaioli" eseguito nel 1433 attesta una piena conoscenza dell'opera di Masaccio. E' evidenziato dalla solida volumetria dei personaggi e la calibrata disposizione nelle campiture; i personaggi sono posizionati su uno sfondo dorato ed in basso è presente una striscia di terreno che funge da base su cui poggiare i piedi. Anche la predella è stata eseguita con estremo rigore. La dimostrazione dell' attenzione verso la prospettiva la troviamo in una parte di una predella non identificata con l' "Imposizione del nome al Battista". Lo scenario nel quale è ambientata la scena è un giardinetto di una casa fiorentina, definito dalle ortogonali scorciate e la stessa casa è delineata da una piccola bifora gotica. All'interno di un portale vi è un corridoio in semi-ombra da cui si intravedono degli alberi in un altro giardino.

I capolavori dell'artista risalgono alla metà degli anni trenta. Particolarmente importante è la pala d'altare con Madonna e santi in forma di polittico; generalmente ogni singolo pannello era dedicato ad una figura, mentre Beato Angelico riunisce all'interno di un'unica cornice tutti i personaggi raffigurati. L'evidente testimonianza l'abbiamo con la "Pala di Annalena" proveniente dal convento di San Vincenzo di Annalena; in quest'opera l'artista maschera la sua innovazione tramite particolari accorgimenti e creando l'illusione che la tavola non sia unica ma divisa in più scomparti, come per esempio la grande conchiglia che si trova sul trono della Vergine oppure gli archi che spartiscono lo sfondo in corrispondenza a dove sono posizionati i santi.
 Un altro esempio di pala d'altare lo ritroviamo con la grande pala della "Deposizione" per la sacrestia di Santa trinità risale al 1438 - 1439.
Dal 1438 al 1446 Beato Angelico diresse i lavori di decorazione a fresco nel nuovo convento di San Marco in Firenze partecipando anche direttamente alla creazione degli affreschi. Nelle parti da lui eseguite si osserva una semplificazione formale ed è evidente una serena austerità monastica.
Dal 1446 è a Roma ad affrescare la Cappella Niccolina in Vaticano con le "Storie di santo Stefano e san Lorenzo. Nel 1447 iniziò con B. Gozzoli e altri, la decorazione a fresco della volta della cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto.
In Beato Angelico convivono due atteggiamenti che sembrano contrastanti: l'adesione alla cultura prospettica e umanistica e una spiritualità tendente alla trascendenza. Rifiuta l'estremo plasticismo e la razionalità di Masaccio, intesi come esaltazione dell'uomo, esalta invece la bellezza ideale, di uomini e di cose, non intaccata dal male.

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