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Sintesi de "La malattia mortale "di Kirkegaard 

 a cura di Anna Iuppariello


Parte prima ( II parte)

Premessa



Kierkegaard mette in rilievo il carattere cristiano di questo scritto.

L'obiettivo è quello di proporre un discorso che sia edificante e che ponga l'accento sul senso di responsabilità a cui è portato un uomo cristiano; per questo la forma deve essere ansiosa, di un'ansia che, appunto edifica.

Kierkegaard fa notare che la disperazione di cui si parla in questo scritto è intesa, come dice il titolo, come malattia, non quale mezzo di guarigione.


Esordio



Qui si parla di “malattia mortale”, ma con ciò non si intende la morte, né tanto meno alcuna sofferenza terrestre e temporale, giacché queste, cristianamente parlando, non rappresentano il peggiore dei mali.

Qui Kierkegaard non si esprime ancora su cosa esprima realmente il senso di questa malattia, ma dichiara che solo il cristiano è in grado di intendere questa miseria, di cui ogni altro uomo ignora l'esistenza.


  1. LA MALATTIA MORTALE E' LA DISPERAZIONE



A. CHE LA DISPERAZIONE SIA LA MALATTIA MORTALE


  • La disperazione è una malattia nello spirito, nell'io, e così può essere triplice: disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso improprio); disperatamente non voler essere se stesso; disperatamente voler essere se stesso.

LA DISPERAZIONE APPARTIENE ALL'UOMO COME SPIRITO, COME IO.

ORA, CHIARIAMO COSA SIA L'IO.

L'io è un rapporto che si mette in rapporto con se stesso; ma non è il rapporto stesso, ma il fatto che si ponga un tale rapporto.

Ma ora vediamo la gradualità con cui si sviluppa questo rapporto.

L'uomo è sintesi di finito e infinito, temporale ed eterno, di possibilità e necessità. Ma la sintesi, come rapporto tra due elementi, non è ancora l'uomo; nel rapporto fra due elementi, infatti, il rapporto è un terzo negativo. Così solo quando il rapporto si mette in rapporto con se stesso, il rapporto diventa un terzo positivo, e questo è l'io.

Ora l'io, come rapporto che si rapporta a se stesso è certamente un rapporto posto da un altro; per cui oltre ad entrare in rapporto con se stesso, è anche un rapporto con ciò che ha posto il rapporto intero.

Da questa condizione possono nascere due forme di disperazione in senso proprio:

  • La disperazione di non voler essere se stesso, ossia di volersi liberare da se stesso.

  • La disperazione di voler essere se stesso, che muove dalla consapevolezza di non poter giungere (né rimanere) da solo in uno stato di equilibrio e quiete; ma può farlo solo se si rapporta a ciò che lo ha istituito come rapporto.

    In questa forma si può risolvere ogni altra forma di disperazione.

E conclude, “la formula che descrive lo stato dell'io quando la disperazione è completamente estirpata è questa: mettendosi in rapporto con se stesso, volendo essere se stesso, l'io si fonda, trasparente, nella potenza che l'ha posto.


Possibilità e realtà della disperazione



Qui Kierkegaard si domanda se la disperazione sia un pregio od un difetto. E si risponde che essa è sia l'uno che l'altro.

Infatti, essa rappresenta un pregio poiché costituisce una prerogativa dell'uomo rispetto all'animale; rendersi conto di questa malattia è una prerogativa del cristiano rispetto al pagano; esser guarito da essa è la beatitudine del cristiano.

Allo stesso tempo, però, è anche la peggior disgrazia, poiché ha origine nel momento in cui Dio, dopo aver creato l'uomo come rapporto, se lo lascia quasi scivolare di mano, nel momento in cui il rapporto si mette in rapporto con se stesso. La disperazione è, dunque, parte costitutiva dell'uomo, deriva dal rapporto che si mette in rapporto con se stesso, e non da un falso rapporto, per cui può essere corretto o falso a seconda dei casi.


La disperazione è la “Malattia mortale”



Parlare di “malattia mortale” non significa dire che si tratta di una malattia che finisca con la morte fisica; anzi, nessuna malattia terrena o fisica è mortale, perché, intesa cristianamente, la morte stessa è un passaggio alla vita.

La malattia mortale di cui parla Kierkegaard è piuttosto la disperazione; il cui tormento è proprio quello di non poter morire. Essa vorrebbe distruggersi, ma non riuscendoci si eleva ad un grado ancora più elevato di disperazione.

Si è facilmente indotti a pensare che chi si dispera, si dispera per qualcosa; ma la vera disperazione è piuttosto disperarsi per se stesso.

Disperarsi per se stesso, voler disperatamente liberarsi da se stesso, è la formula per ogni disperazione, così che la seconda formula della disperazione: disperatamente voler essere se stesso, può essere ridotta alla prima:disperatamente non voler essere se stesso, come più sopra abbiamo risolto nella forma: disperatamente non voler essere se stesso in quella: disperatamente voler essere se stesso”. Si vede che questa contraddizione viene a risolversi in un'identità.

L'io vuole essere ciò che, invece, non è; ciò lo porta a desiderare di staccare il suo io dalla potenza che lo ha posto. Cosicché pure essendo l'io la più grande concessione fatta all'uomo, essa è, nello stesso tempo, ciò che l'eternità pretende da lui.


B. L'UNIVERSALITA' DI QUESTA MALATTIA

(LA DISPERAZIONE)



La disperazione è una malattia universale. Tocca indistintamente tutti gli uomini, proprio in quanto uomini, e non c'è nessuno che ne sia esente.

Kierkegaard ammette che una tale considerazione possa apparire come un'esagerazione, cupa e opprimente. Ma nega che sia realmente così. “Non è cupa, anzi cerca di mettere in luce quello di solito si lascia stare in una certa oscurità; non opprime, anzi eleva perché considera l'uomo sotto la determinazione più alta, pretendendo da lui di essere spirito; quindi non è neanche un'esagerazione”.

Le considerazione volgare della disperazione, invece, cade in una serie di errori.

Primo tra tutti non prende in considerazione la disperazione come una malattia dello spirito, e la confonde con i vari stati transitori di depressione e di laceramento che poi passano senza portare l'uomo alla depressione.

Poi trascura il fatto che sia una malattia dialettica, proprio perché è una malattia dello spirito, e riguardo allo spirito tutte le caratteristiche sono dialettiche. Ad esempio, il non essere disperato può significare due cose: o che non si è consapevoli di essere determinati come spirito, e questo significa proprio essere in uno stato di disperazione aggravato dall'inconsapevolezza; oppure che si è stati salvati dallo stato di disperazione. Per una mentalità volgare è facile sbagliarsi in questo senso, giacché la disperazione si annida soprattutto dentro la felicità.

La psicologia, che sa in che cosa consista veramente la disperazione, conferma che è caso comunissimo tra gli uomini che si viva senza diventare mai consapevoli di essere determinati come spirito; e da ciò deriva ciò che è propriamente disperazione. Coloro che si trovano in questo stato non si rendono mai conto dell'esistenza di un Dio che gli sta davanti, e a cui devono il loro stesso io.


Pertanto, non si può dire che la disperazione sia la peggior disgrazia che si possa incontrare; anzi, è solo attraverso quella che si ha la fortuna di riconoscere Dio. Tuttavia, non si deve dimenticare che può essere fatale non guarirne.



C. LE FORME DI QUESTA MALATTIA (LA DISPERAZIONE)



Le forme della disperazione devono poter essere determinate astrattamente attraverso una riflessione sui momenti di cui consiste l'io come sintesi.

L'io è formato dalla sintesi di infinito e finito. Questa sintesi è un rapporto che, sia pure derivato, si mette in rapporto con se stesso, il che vuol dire libertà.

L'io, dunque, è libertà. Ma la libertà è il momento dialettico nelle determinazioni di possibilità e necessità.

In primo luogo bisogna considerare la disperazione sotto la determinazione della consapevolezza; dalla quale dipende la differenza qualitativa tra disperazione e disperazione nei diversi individui. Infatti, maggiore è la consapevolezza, maggiore è la volontà; più è la volontà, più è l'io. Più grande è la volontà, maggiore è la consapevolezza di se stesso come io, come spirito, come sintesi.


  • La disperazione considerata in modo che non si rifletta sulla questione se sia consapevole o no, ma soltanto sui momenti della sintesi.


1 La disperazione vista sotto la determinazione del finito e dell'infinito

L'io è la sintesi cosciente di finito e infinito, che si mette in rapporto con se stessa.

Il suo compito è divenire se stessa; compito che non può assolvere se non mediante un rapporto con Dio. L'io, infatti, è, in ogni momento della sua esistenza, nello stato del divenire. Il suo sviluppo deve consistere nello staccarsi infinitamente da se stesso, rendendo infinito l'io, e nel ritornare infinitamente a se stesso, rendendolo finito.

Se invece l'io non diventa se stesso, è in preda alla disperazione.

1.1 La disperazione dell'infinito è la mancanza del finito



Si è detto che l'io è sintesi di finito e infinito; dove il finito è ciò che limita, e l'infinito è ciò che allarga.

La disperazione suscitata dal movimento dell'io verso l'infinito coincide con la mancanza del finito. Essa, infatti, coincide con il fantastico, l'illimitato che porta l'uomo verso l'infinito e lo trattiene dal ritornare a sé.

Ora, se il sentimento, l'intelligenza e la volontà diventano fantastici, allontanandosi dalla loro concretezza, allora lo può diventare tutto l'io; sia in una forma più attiva, in cui l'uomo si slancia nel fantastico, sia in una forma più passiva, in cui l'uomo si lascia trascinare, ma in entrambi i casi egli ne è responsabile. L'io conduce così un'esistenza fantastica in un isolamento astratto sempre in mancanza del suo io, dal quale si allontana sempre di più.

Il pericolo più grande che corre un uomo diventato fantastico in questo modo è quello di perdere se stesso. Egli vive una disperazione, che lo porta verso l'infinità allontanandolo sempre di più dal suo io come sintesi di finito e infinito, come rapporto dipendente da Dio.


1.2 La disperazione del finito è la mancanza dell'infinito




La disperazione suscitata dal movimento dell'io verso il finito coincide con la mancanza dell'infinito.

Essa, infatti, coincide con la perdita dell'io in favore del mondo, l'individuo dimentica se stesso divenendo uno tra tanti. Imparando come vanno le cose del mondo, acquista la capacità di andare avanti in tutti gli affari, anzi di avere fortuna nel mondo.

Ciò in cui consiste il mondo è fatto tutto di tali uomini, i quali “per così dire vendono la loro anima al mondo.[...] Ma essi non hanno più nessun io, in senso spirituale, per amor del quale possano arrischiare tutto, nessun io davanti a Dio, per quanto essi per il resto siano egoisti”.


2 La disperazione vista sotto la determinazione della possibilità e della necessità




Si è già detto che l'io è sempre in divenire. Ora, come per l'io sono essenziali il finito e l'infinito, così pure sono fondamentali possibilità e necessità. Senza di essi c'è solo disperazione.


2.1 La disperazione della possibilità è la mancanza di necessità




Come il finito è ciò che limita rispetto all'infinito, così la necessità è ciò che tien fermo di fronte alla possibilità. Ora, l'io è necessario in quanto è se stesso, è possibilità in quanto deve diventare se stesso.

Se l'io si spinge avanti nella possibilità, fino a rovesciare la necessità, allora diventa una possibilità astratta. L'io fugge via da se stesso, senza avere più nulla di necessario a cui ritornare. Questa è la disperazione della possibilità.

A questo punto, alcuni filosofi (tra cui Hegel) potranno osservare che ad un tale io è venuta a mancare la realtà, giacché la necessità è l'unità di possibilità e realtà; ma Kierkegaard osserva che ciò che manca è piuttosto la necessità, perché al contrario è la realtà ad essere l'unità di possibilità e necessità. Dunque, ciò che è venuto meno è stata la forza di ubbidire alla necessità del proprio io, che si presenta sotto forma dei limiti del proprio essere.

Nella possibilità tutto è possibile; ma Kierkegaard distingue due modi possibili attraverso i quali ci si può smarrire: il desiderio (che porta l'uomo ad inseguire un'ambizione finché non è troppo lontano da se stesso) e la malinconia (che porta l'uomo ad inseguire un'angoscia finché non è troppo lontano da se stesso).


2.2 La disperazione della necessità è la mancanza di possibilità




La disperazione dovuta alla mancanza di possibilità significa “o che per un uomo o tutto è diventato necessario, o che tutto è diventato trivialità”.

Infatti, nel primo caso ci troviamo nella situazione del determinista, o fatalista, che ha perduto il suo io e Dio stesso perché per lui tutto è diventato necessità. Gli manca proprio la possibilità di temperare e mitigare la necessità. Nel secondo caso, siamo nella situazione del filisteo, che ha perduto il suo io e Dio perché la spiritualità si esaurisce nel probabile. Gli manca proprio la possibilità come mezzo per svegliarsi dall'assenza di spirito.

Solo a Dio tutto è possibile. In lui la possibilità non si esaurisce mai; è per questo che l'unica possibilità che l'uomo ha per redimersi dalla disperazione è quella di avere fede.


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